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venerdì 22 febbraio 2008

La scrittura tra sogno e società

In questi ultimi mesi molte cose sono accadute nel mondo. Ancora, non è calato il bisogno di urlare e plasmare la strada che il suono emesso deve indicare e percorrere nell’aria, tra noi, attraverso il mondo. Ovunque andiamo a zonzo con la mente, dai continenti nuovi e vecchi, americani, africani, eurasiatici, oceanici, dalle acque alle terre emerse sino alle stelle, pare proprio che non ci siano segni di una prossima fine del sogno.
Si continua a gettare uno sguardo oltre le montagne che circondano lo spazio in cui si vive, siano esse catene interne o esterne; si continua a tremare per un amore o un dolore, una gioia o una delusione infinita. Davanti alla pianura aperta quanto davanti al muro invalicabile della paura, della diversità, non si può non scendere a patti con la propria passione. La sensazione nuda che si prova non può mentire: ripartiamo da questo livello improvviso e incontrollato, svisceriamone le ragioni e l’orizzonte, portiamolo in superficie e riappropriamoci del luogo e del tempo della nostra vita costruendo ponti tra le profondità dell’io e le tante comunità che pulsano nella società.
La storia dell’umanità è fatta di muri, che separano laddove ogni speranza di convivenza è sepolta e impraticabile, senza compiere sforzi per perseguirla. Così ora si dice che c’è bisogno nuovamente di muri, così da aspettare un prossimo tentativo di contatto che resterà disatteso. Viene il sospetto che i ponti preesistenti siano stati smantellati e che quelli che si provano a costruire restino a metà, incompiuti. Quanto siamo presenti davanti ai nostri problemi e ai problemi della collettività? Sono prodotti della stessa fattura, giacché se mettessimo un neonato in una stanza buia per sempre, non avrebbe una memoria culturale, non saprebbe i colori, la differenza tra giorno e notte, avrebbe altri problemi di quelli che ogni giorno affrontiamo nel cuore. I nostri crucci sono risultati sociali, i nostri interessi orientati dalla società. Possiamo impaludarci nella testardaggine individualista, ma anche i nostri pensieri sono culturalmente condizionati e influenzati. Siamo destinanti a vivere in comunità, a misurarci con l’alterità.
La scrittura si pone sulla soglia, nel mezzo, tra l’io e il collettivo, vuole sondare quanto si estende la pianura, quanto è alto il muro, quanto profondo e ponderato deve essere lo sguardo per valicare i confini e mettere insieme una dopo l’altra una serie di mattoni utili a dare forma a un ponte. La scrittura è un compendio inesauribile da scoprire e da completare, per attraversare il mondo dove anche in questi ultimi mesi sono accadute molte cose e dove si accatastano emozioni contrastanti, spettri nucleari, surriscaldamenti imminenti.
Andiamo alla ricerca della verità e sappiamola con coraggio confutare innanzi alla prova dell’esperienza; osserviamo, cerchiamo di declinare i principi ideali e i sogni con l’azione. Nell’urlo vi è già in stato embrionale la possibilità di una svolta, e allora pensiamo. I saggi orientali dicevano che tutto ciò che siamo sorge con i nostri pensieri, con i nostri pensieri costruiamo il nostro mondo. Tra un pensiero e la sua traduzione in espressione, la distanza è breve.
Da qui si riparte per scoprire i principi ideali e si guarda a sogno e al presente che avanza con il racconto di un attimo, nella foresta, vissuto da un padre e una madre: “Un giorno, guardarono nelle ombre e cantarono piano una canzone alla notte. Diceva: ‘Sogna per il mio bambino, così un giorno avrà il potere’”.
Scriviamo, sogniamo e viviamo per il futuro che arriva, per le radici che ci sostengono, per gli incontri che faremo “come se vivessimo per sempre, come se dovessimo morire oggi” disse una volta un amico comune.

domenica 10 febbraio 2008

Metamorfosi. Come e perchè innamorarsi della filosofia

Filosofia…mi dicono essere una parola greca. Dicono nasca nel VI° secolo a.C. Miriadi di persone chiamate filosofi mi appaiono a una prima occhiata così, come dire...stupidi.
La domanda che mi sono fatta nell’ascoltare la prima lezione è stata: “Come può una persona complicarsi così la vita???”. Mille domande, mille contraddizioni, mille teorie.
Poi man mano che il tempo passa ti rendi conto di quanto sia folle non dedicarsi a tale disciplina così straordinariamente complicata e interessante. Così stronza da farti sentire tanto stupida quando manca qualcosa ai tuoi ragionamenti, quel pezzo di un puzzle infinito che non riesci a combinare.
Ma è proprio quando trovi la combinazione giusta che non riesci a fare più a meno di ragionare per trovare il prossimo pezzo. Emozione.
Già, come l’emozione di un bambino alla scoperta di un nuovo gioco, come quella dell’adolescente che si guarda attorno e capisce di essere qualcuno e ricerca la sua identità in ogni dove e in ogni quando.
Una professoressa, una classe, un quaderno e la tua mente che viaggia, che deve completare un ragionamento che sembra impossibile. Come le montagne russe, l’attesa che ti agita, la salita che ti crea un vuoto, senti che non ce la puoi fare, vorresti scendere, ma poi la velocità cresce e ciò che ti circonda non è che la tua voce che esce dalla tua bocca intensamente
e scarica tutte le ansie e le paure. Adrenalina, sì, proprio lei.
Quando scendi sei impaziente di rincominciare. Nuovo giro stesse emozioni...anzi sempre di più. Le tue corde vocali vibrano così forte che non hai più voce, ma ne senti ugualmente il bisogno. Così è la filosofia...un giro interminabile dentro di te e in ciò che ti circonda. Una continua ricerca e una continua sorpresa. La filosofia è quella cosa tanto fastidiosa quanto meravigliosa. Così astratta quanto concreta per il tuo cuore e la tua mente. Così una disciplina da libri quanto tua compagna personale di vita. Come posso dunque esprimere ciò che sento se non con il suo stesso significato.. amore per il sapere. E’ proprio questo la filosofia, è un infinita valle in cui mi perdo ogni giorno dove i miei pensieri sono liberi da vagare senza gli schemi di ogni giorno.
Chiara Magnani

Perchè ridiamo?

La risata di un uomo è dovuta ai sentimenti che in quell’istante prova la persona. Volete sapere i sintomi? Ecco qua. Si fa un profondo respiro. Si getta la testa all'indietro.
I muscoli del volto, del collo, del diaframma, dell'addome si tendono e dalla bocca esce un suono regolare, esplosivo a irrefrenabile. Quando il fiato è esaurito, si inspira altra aria a le variazioni sillabiche riprendono. Se sono vigorose e intense, i muscoli di mandibole e addome cominciano a dolere e gli occhi a lacrimare.
La risata è un linguaggio universale che conoscono addirittura le scimmie primate. Queste sono parole di Charles Darwin: "Sia negli uomini sia nei primati la risata è legata a un atteggiamento giocoso, anche se in questi ultimi è sempre prodotta da un contatto fisico, come il solletico o la finta lotta".
Il modo in cui si ride è però diverso per tutti: chi emette acuti stridi, chi cornacchia, chi fa fatica ad emettere suoni e chi invece ha una risata fortemente contagiosa. In genere ridiamo quando siamo predisposti, di buon umore, allegri. Esistono infatti diversi tipi di risata.
In genere, si tratta di una risposta emotiva di fronte all'esperienza del comico, o di sensazioni intense di allegria, piacere, benessere, ottimismo. Tuttavia, la risata può anche avere il ruolo di sfogo di emozioni di segno opposto, come la tristezza e la rabbia (in tal caso, nel linguaggio comune, si parla di risata nervosa).
Ci sono anche cause fisiche che possono stimolare la risata a prescindere da qualunque contesto emotivo; per esempio il solletico o l'inalazione di ossido di azoto (detto proprio per questo motivo "gas esilarante").
Nella storia diverse persone importanti parlarono della risata: Platone pretendeva che fosse regolamentata nella sua Repubblica perché poteva disturbare l'ordine costituito; Socrate ne raccomandava un uso parsimonioso, come il sale; Aristotele sosteneva che distinguesse l’uomo dalla bestia; Pitagora invece la proibiva ai suoi discepoli; Sigmund Freud la vedeva come una valvola di sicurezza per sfogare energia repressa.
Alcuni medici sostengono che aumentando il battito cardiaco faccia male, ma penso invece che sia il gesto più sano e liberatorio che una persona può compiere.
Samuele Pignedoli

mercoledì 23 gennaio 2008

L'attore disse: "Io sono Astaroth, angelo caduto che vuole diventare uomo"

Descrivere le emozioni che si provano durante la rappresentazione di uno spettacolo come "Astaroth" è complicato.
Ero io, una primavera fa, attore della compagnia dell'istituto Cattaneo-Dall'Aglio di Castelnovo Monti, sul palco di un teatro della provincia emiliana, a vivere la vita di un angelo caduto che vuole diventare uomo. Vi porto la mia testimonianza, in carne e finzione, indelebile, duratura nel tempo: la grande tensione dei giorni precedenti, il febbrile ripasso del copione, la consapevolezza di dover portare in scena qualcosa di fronte ad un pubblico conosciuto hanno accompagnato un po' tutti nel nostro gruppo. Eravamo tesi, preoccupati del minimo errore, di annoiare il pubblico o di non dare il meglio di noi.
Quello del teatro è un gioco mistico dove nulla è lasciato al caso e tutto assume un significato particolare, fatto di momenti comuni a tutti ma completamente soggettivi allo stesso tempo: le battute degli altri personaggi poco prima del proprio turno; il primo, complicatissimo, passo sul palco; la voce che sembra non voler uscire...
Poi, rapidamente, tutto assume un senso e la realtà cambia: non si è più persone impegnate ad interpretare un personaggio, si è il personaggio. Lo si sente sulla propria pelle ad ogni parola, ogni gesto. Il recitare diventa vivere. Allora il teatro si svela essere quello che è realmente, molto più di qualche trave di legno o un sipario di stoffa.
Chi vive il personaggio lo sente, si accorge che c'è qualcosa di più, perde la consapevolezza del mondo reale e si lascia trasportare dalla sua forza.
Nella semioscurità del teatro si sentono le voci ed i bisbigli del pubblico, lo si percepisce. Ma non lo si vede. E si prosegue. Si continua a vivere il poco tempo a disposizione fino a quando non si sente vicina la fine, il sapore delle ultime battute che avvicina lentamente al termine.
Uno sbuffo di fumo, il cigolare del sipario, la luce che inonda di nuovo la sala e le voci che tornano a farsi sentire riportano alla realtà. L'interprete muore in quel momento, lasciando una parte di sé su quel palco. Ma il personaggio no: lui continua la sua vita all'interno di chi l'ha permessa, sia esso un attore o uno spettatore.
(Disegno di Mitarashi)
Giuliano Gabrini

sabato 19 gennaio 2008

Di chi è l'immagine, di chi è la parola?

Un proverbio orientale recita: "Chi di nulla si meraviglia non farà mai nulla di meraviglioso". In un’epoca filtrata dai mass media, che sono diventati il tessuto connettore della nostra esperienza quotidiana, il segreto della meraviglia sta proprio nel riuscire a possedere il linguaggio degli stessi mass media: saperli leggere, comprenderne le espressioni e i contenuti, poterne decostruire e interpretare il senso.
"Il mondo che ci circonda viene ripetutamente e costantemente dischiuso e rappresentato con lenti multiple di testi scritti, orali e audiovisivi" scrive il sociologo inglese Roger Silverstone, una frase che lascia intendere quanto i mass media siano capaci di fare cultura. Si tratta di una potenzialità straordinaria, in cui è centrale il valore della parola. Già Lewis Carrol lo constatava, facendo dire ad un personaggio di "Attraverso lo Specchio e quel che Alice vi trovò", seguito de "Le Avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie pubblicato nel 1871, che si chiamava Humpty Dumpty, uovo antromorfizzato seduto su un muretto, esattamente questo: "Quando uso una parola questa significa ciò che voglio che significhi, né più né meno…La questione è di sapere chi è il padrone; è tutto qui".
Ma oggi alla parola è necessario aggiungere l’immagine. Ecco posta, allora, la questione del punto di vista da cui si guarda la propria esperienza e quella altrui. Di chi è l’immagine, di chi è la parola? Qui è dei cittadini del mondo. Howl significa ululato, grida scomposta sotterranea che spinge a realizzare intenzioni creative, a mettere in forma ciò che si percepisce: potrebbe essere una plausibile traduzione di informazione.