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venerdì 22 febbraio 2008

Lo DICO io!

Non mi piace girare intorno alle cose, quindi andiamo dritti al punto: i Dico.
Ne parlano tutti, ne discutono tutti, ne dicono tutti…
La legge dei Dico è uno di quegli argomenti che t’impongono una scelta radicale: o stai dalla loro parte, o li disprezzi…
Solo che spesso queste scelte condizionano i nostri rapporti con gli altri, facendoci acquistare o perdere punti nella loro personale Top Ten dei Migliori Amici.
Finisce che, quando si parla con un cattolico super convinto e assolutamente anti-gay, viene da dire: “Ah, io, guarda, i gay non li sopporto proprio! Odio i Dico!”
Mentre con uno che vuole andare tutti i costi contro la chiesa, perché magari gli sta sulle palle il nuovo papa o il cardinale Ruini, si urla: “W i Dico! Li adoro, li amo, sono assolutamente d’accordo!”.
Oppure c’è chi ripete a pappagallo quello che ha sentito dire da suo padre, o chi è indeciso e dice che non gliene può fregare di meno.
Alla fine nessuno ha un’opinione propria.
Cosa assolutamente sbagliata, perché questo è un fatto che riguarda tutti: ognuno di noi, o dei nostri amici più insospettabili, potrebbe riscoprirsi attratto dal proprio sesso.
Non ci si può tirare indietro e cercare di proteggersi con un: “Tanto a me non capita”. E se capitasse, come ci si comporterebbe?
Bisogna capire il problema, prima di poter dire quello che si pensa.
E come fai a farlo se saltelli da un ideale all’altro senza capire chi ha ragione?
Analizziamo la situazione dalla parte del papa.
La famiglia è sacra, non si tocca e va protetta in tutti i modi. Infatti, cosa c’è di più importante nella nostra vita? La famiglia è l’appiglio più sicuro quando si rischia di cadere e non si può rovinarla con matrimoni o unioni tra due uomini o due donne. E questo è quello che più o meno tutti pensiamo, ma credo che sia spontaneo porre un’obiezione.
Ovvero: se di fronte a Dio siamo tutti uguali (considerato che siamo tutti fratelli), perché discriminare in modo così duro gay e lesbiche?
Non è uno scherzo. L’ho chiesto a un cattolico convintissimo, amico di mia nonna, che come idolo più grande ha Ruini: e lui, dopo averci pensato un po’ senza trovare una scusa decente, mi ha risposto: “Mah!”
E già, perché questo è un controsenso. Ragazzi ci siamo fregati da soli!
Siamo daccapo: salvare la famiglia, o i diritti delle coppie, omosessuali e non?
La risposta ce l’ho già. Non è un compromesso, né una mediazione; è soltanto la verità che secondo me conosciamo già tutti: possiamo salvare entrambi, facendo una semplice cosa che, però, per i giorni nostri è molto difficile da compiere. Non impicciarci delle cose private degli altri. Tirare il nostro mostruoso nasone fuori dalla vita delle persone che ci ruotano intorno.
Cosa me ne frega se il mio vicino va a letto con un uomo? O se la migliore amica della cugina di terzo grado della figlia della parrucchiera di mia prozia ha una fidanzata?
Meglio per loro che non sono più single! Intanto tutti gli altri eterosessuali del pianeta Terra possono continuare a sposarsi tranquillamente e fare tre dozzine di figli ogni decina d’anni.
Non credo che nessuno di loro si senta particolarmente minacciato dall’esistenza dei loro fratelli gay o delle loro sorelle lesbiche.
Nessun omosessuale ha mai minacciato mio padre (uomo sposato con donna) con una pistola all’uscita dal bar solo per la scelta che ha fatto, e le possibilità che succeda sono molto basse.
Forse mi sono persa gli ultimi gossip, ma non mi è giunta voce che il Presidente del Gay Pride abbia mai mandato una querela alla Chiesa per impedirle di celebrare i matrimoni.
Ricordiamoci del proverbio da nonno saggio: vivi e lascia vivere; e per una volta proviamo ad applicarlo sul serio.
Disegno di Mitarashi
Chiara Nizzi

venerdì 25 gennaio 2008

Rewind: una mattina in corriera, ritorno

Finita una pesantissima – non che tristissima – giornata di scuola, si riprende felicemente la strada per la fermata della corriera. Nell’attesa si formano gruppi di ragazzi, più rilassati e sorridenti, ma con i segni del morbo della stanchezza così evidenti che hanno ancora tanta voglia di ridere, scherzare e prendersi in giro.
Le chiome sono più spettinate, le mani disegnate e con scritte, ricordo di un compito in classe. Qualche volta, alla fermata, vivo la brutta sorpresa di incappare davanti a mia madre, sapendo che prima o poi mi farà un interrogatorio di terzo grado: mi segue con lo sguardo, e allora la mia strategia è fare finta di non vederla e di non conoscerla.
Mi allontano anni luce. Ecco che sbuffando arriva la corriera, la nostra nave ammiraglia. Tutti, correndo e spingendosi, cercano di accaparrarsi il primo posto disponibile, mentre l’autista cerca di mantenere la calma. Vedo qualche faccia stralunata: qualcuno – il più secchione – è deluso per un voto più basso; qualcuno è contento per un successo scolastico ottenuto.
Dagli ultimi posti inizia una sorta di karaoke. Dai finestrini si saluta il fidanzatino o la fidanzatina, che sono ancora sul marciapiede.
Lo stomaco borbotta: non vedo l’ora di mettermi a tavola, già sento il profumo di arrosto che mia mamma ha preparato il giorno prima. Durante il viaggio cerchiamo di non parlare più di scuola, di professori, di interrogazioni; chi invece non ne fa proprio a meno, viene un po’ canzonato.
Nel viaggio, che mi sembra infinito, con altri trovo qualche passatempo: si ascolta musica condividendo l’MP3 con il vicino, si gioca al cellulare, si parla di calcio e c’è chi usa il portatile.
Dopo la curva di Casa Giroldo, nei pressi di Pantano, mi preparo a scendere giacca al vento. Vedo già la panda azzurra di mio padre, sembra un giocattolo: lui canuto e stanco, si aggira con fare sospetto fumando un buon toscano e sorride al mio arrivo.
Sui sedili qua e là ha sparso i quotidiani, bozzetti e fogli che subito sistema per fare posto a me e ai miei amici per riportarci a casa.
Sulla salita di Pianezzo – non vi sbagliate, sempre nei pressi di Pantano – la panda sbuffa e arranco. È proprio il macinino: io lo chiamo così.
(Foto di Sara Fabbiani)
Sebastiano Beretti

mercoledì 23 gennaio 2008

Nella memoria: un viaggio che scava dentro

Il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa abbatterono i cancelli di Auschwitz e rivelarono al mondo intero l’orrore del genocidio nazista. Sessantadue anni dopo si sono commemorate le vittime dell'Olocausto celebrando il Giorno della Memoria.
Il Treno della Memoria è partito e non dovrebbe fermarsi mai più: i ragazzi di un liceo di Castelnovo Monti, in provincia di Reggio Emilia, raccontano le impressioni dalla loro gita, che diventa qualcosa di più di un semplice “viaggio d’istruzione”.
Le visite ai lager di Auschwitz e di Birkenau, luoghi simbolo della Shoah, l’incontro a Cracovia con gli altri ragazzi venuti dal resto d’Europa, le discussioni con i reduci sono ricordi, entusiasmo, stanchezza, commozione. Un viaggio che cambia le persone perché è un viaggio che scava dentro.
“ARBEIT MACHT FREI” significa il lavoro rende liberi, ma dopo solo un passo la speranza di questa frase lascia spazio ad un’incontenibile esplosione di sensi.
Gli occhi si fanno lucidi, mentre invano tentano di catturare in un solo sguardo la vastità di quell’orrore; il naso si impregna di un acre odore di terra, impastata dalla cenere di milioni di numeri che, dopo aver volteggiato nell’aria, si sono riposati lì, dove avevano mosso gli ultimi passi prima di conoscere una morte studiata e organizzata con rigore militare; le orecchie riescono a cogliere solo il frusciare del vento, perché tutt’attorno il mondo sembra immobile; infine la bocca si riempie di parole e grida che però gelano prima di arrivare alle labbra, sopraffatte dall’incredulità e dall’angoscia.
Nonostante questo è impossibile rendersi realmente conto di ciò che è stato: nessuna persona mentalmente sana riuscirebbe ad accettare e realizzare un così enorme eccidio. Per questo chi ha vissuto questa esperienza deve gridarla a tutto il mondo! Ben vengano le lacrime e l’ira a far da contorno ai loro racconti, per testimoniare ancora di più che questi campi miravano ad intaccare prima di tutto la dignità dell’uomo, al punto da portarlo a considerare la morte come un sollievo o, se provocata da altri, un atto di bontà.
(Foto: manifesto dell'iniziativa "il Treno della Memoria)

Simone Zini

Forward: una mattina in corriera, andata

Una mattina, in una località dell'appennino emiliano, sono il primo ad arrivare alla fermata del bus, alle 7:05. In quel momento transitano in auto le ormai facce note, sembrano un po’ assonnate, ma veloci si recano al lavoro a Reggio Emilia.
Dalla curva di Branciglia, nei pressi di Pantano di Carpineti, spuntano i miei amici. Dal passo un po’ sbilenco o dal colore della sciarpa li identifico. Con il suo rumore pesante e la sua mole spunta la corriera delle 7:15. Quando salgo è già affollata di studenti che arrivano da Leguigno e Casina.
Chi non trova il posto a sedere è un po’ imbronciato, come capita a me qualche volta, e allora si lancia lo zaino a un amico più fortunato. È già cominciato lo scherzo e il gioco “Promesse d’amore”, i più timidi arrossiscono e balbettano tra le risate generali. Abbiamo raccolto una testimonianza in diretta: “Io lo subii in prima persona, in prima superiore” racconta una ragazza di Carpineti “Un nugolo di ragazzi dal fondo della corriera mi ha incantonato in un angolo costringendo il loro amico più timido a farmi una dichiarazione d’amore”. L’avventura ha risvolti ancora più inaspettati: “Lo minacciavano di imbrattargli la faccia con un pennarello indelebile se non mi cantava una canzone, mentre io provavo a difenderlo”.
Girando lo sguardo, riconosco altri miei amici, con le chiome arruffate o i ciuffi incollati dal gel. Sui visi ancora giovani, c’è un po’ di barba fatta in fretta; “Brufolo Bill” cerca di nascondersi, voltando il viso al finestrino, al passaggio delle ragazze che salgono. A Felina bisogna stringersi perché arrivano altri studenti. Qualcuno conta i minuti che ci separano dall’arrivo a scuola e sospirando dice: “Tra due ore avrò finito il compito di Matematica”.
Per rilassarsi, qualcuno si stravacca coi piedi sul sedile ascoltando l’ Mp3; per dirla tutta, proprio sinceramente, anche io a volte sono un po’ svaccato. Due miei amici parlano continuamente di computer e giochi, sembrano un disco e qualcuno ridacchia.
Vedo amici assorti con la testa appoggiata sul finestrino, sembrano guardare il paesaggio, ma conoscendoli so che sono preoccupati per un’interrogazione o una verifica.
Cerco anch’io di appoggiarmi al sedile, ma c’è una cicca appiccicaticcia. Davanti a me sono disegnati cuori con i nomi degli innamorati e scritte osé.
C’è un gran vocio che si mescola con le suonerie dei cellulari, all’improvviso tutto un subbuglio e poi immediato il silenzio. Sale il controllore, detto amichevolmente “Gestapo”: tutti scattano con l’abbonamento in mano, qualcuno si fa strada per obliterare il biglietto all’ultimo momento, con la speranza di non essere beccato. Cerchiamo di essere solidali, aiutandoci a vicenda: ormai ci conosciamo tutti, anche una quasi matricola come me che sono solo due anni che viaggio in corriera.
A Castelnovo Monti si arriva alle 7:50, un esercito scende in fretta occupando il marciapiede facendo così irritare l’autista. Mi aggiusto lo zaino e il ciuffo ribelle; un ragazzo cammina con il libro di storia, forse sarà interrogato.
La salita che porta alla scuola è piena di studenti, si sentono ancora risate, vedo ancora qualche viso preoccupato. Nel piazzale ci sono già parcheggiate le auto delle insegnanti che ci aspettano al varco. Giù continua il via vai di giovani: l’ultima corriera è appena arrivata.
(Foto di Sara Fabbiani)
Sebastiano Beretti